venerdì , Luglio 19 2024

LA NUOVA EVANGELIZZAZIONE

Ricominciamo reinterpretando l’unico comandamento

…rompevano il pane nelle loro case e prendevano il cibo insieme, con gioia e semplicità di cuore (At. 2, 46)

È’ sotto gli occhi di tutti il graduale spopolamento delle nostre assemblee domenicali. Quello che costituisce un problema ulteriore, è il significato che i cosiddetti “praticanti” danno alle loro liturgie ed anche – in una percentuale assai più bassa – il senso che, quanti operano nelle attività parrocchiali, attribuiscono loro servizio. Perché lo faccio, per chi? Si va dicendo da molto tempo, ed anche scrivendo, che è necessario rievangelizzare il popolo cristiano. E, spontaneamente, quando si parla di ​nuova evangelizzazione ​vien da pensare ad un grande impegno nel fornire, in modo nuovo, i contenuti della fede. Eppure c’è una domanda forte, come un grido disperato, dai nostri contemporanei che, dopo avere ricevuto dalla generazione precedente, il culto della privacy, con strutture abitative desolanti per la solitudine garantita, con mezzi di locomozione solitari, cerca di dire e ascoltare parole, di comunicare insomma, di incontrare, di socializzare. Una domanda talvolta posta con un linguaggio paradossale: le droghe come evasione della propria solitudine, il chiasso delle discoteche per non restare soli con se stessi, le aggregazioni spesso balorde per le scarse proposte di socialità e progettualità. Forse qualche altro potrebbero completare questo breve elenco. Eppure, la chiesa, le chiese hanno come proprio la risposta esauriente che non sono ancora in grado di proporre. Sono poi i pilastri della Fede Cristiana: la comunione e il servizio. Non sono in grado di proporle, se non all’interno di riflessioni teoriche o…spirituali. La Chiesa e le chiese possono evangelizzare soltanto quando diventano luoghi della comunione e del servizio, non tanto quando la raccomandano, la scrivono, la catechizzano. Stiamo dicendo che la risposta, alla domanda disarticolata dei nostri contemporanei, la Chiesa la può offrire, la deve offrire per statuto. Ma per poterlo fare è, in questo tempo, necessario che il segno preceda la parola. Sarà forse indispensabile fare intendere a quanti praticano, soprattutto le nostre liturgie, che la mensa eucaristica deve creare comunità che condividano la mensa: anche
quella della tavola in primis, e che tali assemblee siano spazi in cui si coltiva la conoscenza, l’amicizia, la solidarietà in una parola la comunione. E’ necessario, inoltre, precisare, con forza, che non si dà comunione senza condivisione. Mi è rimasta una pena nel mio servizio pastorale: la constatazione della sostanziale estraneità di quanti celebrano, che certamente non si crea soltanto costruendo luoghi di culto a forma circolare. Basti pensare a quante persone, dopo essersi allontanate per i più vari motivi dalla comunità originaria, sono state cercate, contattate, proprio come si fa con gli amici; o anche a quanti, dopo essersi dovuti allontanare, hanno mantenuto i contatti con la comunità di origine. Ma perché questa domanda non ce la siamo mai posta? Il Sinodo celebrato in diocesi ha formulato un progetto pastorale che forse è rimasto soltanto un’immagine romantica: LA CHIESA È LA CASA sempre cercata. Con questa intuizione programmatica il Sinodo ha creato una linea di continuità tra la mensa eucaristica e la mensa della comunità. E, per la comunità cristiana, la casa del pastore è l’icona delle loro case. Soltanto a queste condizioni l’annunzio, il Kerygma, raggiunge la mente e il cuore dei cercatori di senso. Non sarà il caso di ricomprendere, oggi e qui, l’unico comandamento che Gesù ci ha lasciato: “amatevi come io vi ho amato” ?

Clicca qui e visualizza i Documenti del primo Sinodo nella Diocesi di Crotone S. Severina

don Riccardo Alfieri

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